Virus Facebook

Il virus Facebook che si è propagato rapidamente a livello planetario e ha infettato più di un miliardo di persone, con 580 milioni di utenti che si connettono ogni giorno. Ma come la più classica delle influenze, raggiunto il picco stagionale, è destinato a sparire. Non è ancora “morto e sepolto”, come aveva un po’ affrettatamente decretato il professor Daniel Miller, antropologo dell’University College di Londra, che in dicembre aveva rilevato una migrazione di massa degli utenti tra i 16 e i 18 anni verso altri social network: da Twitter a Instagram, da Snapchat a WhatsApp. E’ però in fase di “remissione”, per rimanere in metafora epidemiologica. La guarigione significherà la perdita dell’80% degli utenti, con un calo del 20% già nell’anno in corso. Lo decreta una ricerca condotta da John Cannarella e Joshua Spechler del dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale dell’università di Princeton (Usa): l’emorragia di utenti (peraltro già iniziata) sarà sempre più evidente. Finché, tra il 2015 e il 2017, non rimarrà che uno sparuto drappello di fedelissimi (o di resistenti alle cure). Entro quella data, dicono i ricercatori, il social network di Zuckerberg sarà una storia archiviata per la stragrande maggioranza dei suoi iscritti.

 

Cannarella e Spechler hanno applicato il modello di diffusione delle malattie ai social network: una via inedita per comprendere i fenomeni digitali. La case history utilizzata come confronto è quella di MySpace, che ha disegnato una curva paradigmatica, dall’ideazione nel 2003 (con una crescita sostenuta a partire dal 2005, il picco nel 2008, con 75,9 milioni di utenti unici al mese e il declino a partire dal 2009), fino alla completa oscurità, nel 2011.   

Se è corretto il modello della malattia – che si diffonde rapidamente, ottiene un picco significativo di “infetti” e poi velocemente si ritira – i fan del social smetteranno di frequentarlo sotto l’influenza di chi avrà perso interesse prima di loro. La condizione necessaria perché ciò avvenga, infatti – sostengono i ricercatori –  è il contatto tra un “malato” (cioè un iscritto a Facebook) con un non malato, il quale distoglierà il contagiato dall’utilizzo. Un meccanismo speculare a quello che ne ha decretato il successo: man mano che aumentava l’interesse per Facebook, gli iscritti hanno fatto da motore alla crescita, diffondendo la conoscenza, l’interesse, la “malattia”. Mentre adesso che il calo per il più pervasivo dei social è dato per certo e i più giovani sembrano lasciare spazio ai loro genitori, davanti alla creatura di Mark Zuckerberg sembra aprirsi la via dell’oblio.

Una conclusione che i “maghetti di Princeton“ accompagnano con parabole e formule, che ne supportano la scientificità. Ma se le previsioni fossero azzeccate, anche la capitalizzazione di quella che è fino ad oggi una potente macchina da soldi (con una valutazione di 140 miliardi di dollari, collocata nel maggio del 2012 a 38$ per azione) andrebbe incontro a un drammatico ridimensionamento.

L’utilizzo del modello “epidemiologico” è stato in precedenza utilizzato anche per un altro bene immateriale, come le idee. Che, si è trovato, analogamente alle malattie si diffondono in maniera virale tra le persone e vengono condivise attraverso contatti e mezzi di comunicazione prima di perdere forza. E una volta che l’interesse è scemato e l’idea non viene più espressa e sostenuta, si crea una sorta di “immunizzazione”.

Un modello intrigante, che contrasta con le ambizioni del 29enne programmatore informatico di diffondere in maniera capillare la sua creatura, lanciata nel 2004, che l’ha reso “il più giovane miliardario del mondo”, secondo la classifica di Forbes. E che non tiene conto dei dati appena diffusi dal Global Web Index. Nella nuova edizione, Facebook, nonostante un lieve calo dei suoi iscritti (-3%) nel 2013, mantiene il primato nel mondo, davanti a Youtube, Google Plus, Twitter e LinkedIn. La crisi c’è, soprattutto tra i più giovani, ma, la delusione – parziale – di Zuckerberg è ben compensata dal successo di Instagram, l’app di photo e video-sharing, acquisita nel 2012, che negli ultimi sei mesi ha registrato una crescita del 23%.

E poi ci sono le possibili svolte che la piattaforma di Menlo Park potrebbe prendere per continuare a rimanere la miniera d’oro che è oggi e affermarsi come leader anche per gli schermi mobili. In questa direzione vanno i tentativi di Zuckerberg di mettere le mani su Snapchat (l’applicazione per l’invio di immagini che si autodistruggono al massimo 10 secondi dopo essere state ricevute) che ha “declinato” l’offerta miliardaria. O di modificare il NewsFeed con un nuovo algoritmo; di ottimizzare i contenuti che si visualizzano; la “dieta” dei post visibili, che rende più chiara la visualizzazione della pagina personale; e la modifica delle impostazioni della privacy.

[da corriere.it]

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